Quattro chiacchiere con Rocco Benevento

IMG_4288Il nostro ciclo di interviste ai componenti dello staff tecnico e dirigenziale dell’AC Fiorano prosegue con una delle star indiscusse della famiglia biancorossa: l’allenatore della categoria Allievi provinciali, Rocco Benevento (nella foto in versione calciatore).
Parlarci un po’ di te: come hai iniziato ad appassionarti a questo sport?
Nasco come giocatore. Ho giocato fino a 17 anni, partendo direttamente dalla Terza Categoria e arrivando all’Eccellenza. Ho giocato sempre con la squadra del paese dove sono nato, Tricarico, saltando addirittura il settore giovanile ed esordendo direttamente in prima squadra (il presidente della società era infatti disposto a pagare una multa ogni domenica pur di farmi giocare in quella categoria, anche se non avevo l’età per farlo). Ero insomma diventato davvero un punto di riferimento per il calcio lucano, ho partecipato anche ad importanti tornei in Germania e in Spagna. Poi un po’ per via della mia famiglia che non approvava molto quell’attività (le trasferte, infatti, erano parecchio “movimentate”), un po’ perché mi sono lasciato prendere dalle abitudini e i vizi di quell’età che mi hanno fatto distrarre dal praticare lo sport in maniera seria e costante. Sono rimasto però un grande appassionato di calcio, tanto che da adulto ho poi iniziato ad allenare, prima lo Sporting Chiozza, società affiliata alla Reggiana e al Milan, dove sono rimasto per ben quattordici stagioni, allenando gli Allievi, e ora il Fiorano, da quattro anni.

Il tuo ruolo all’interno della società non ha certo bisogno di presentazioni, ma descrivici più nel dettaglio il tuo apporto alla vita associativa.
Svolgo l’attività di allenatore degli Allievi provinciali. Ho davvero una buona squadra quest’anno. Sono diciannove ragazzi, tutti molto in gamba. Oltre a questo, mi interesso anche di alcuni aspetti che vanno al di là delle competenze classiche dell’allenatore, questioni di tipo dirigenziale. In quest’ultimo ambito non nego che mi piacerebbe anche inserirmi maggiormente, per capire ad esempio il mondo dei tesseramenti dei calciatori. Una cosa è infatti fare l’allenatore e l’altra è sapere queste cose pratiche. Cose che quando facciamo i corsi non ci vengono insegnate, ma che io ritengo invece molto importanti. Sapere anche ad esempio quando ci sono gli svincoli, l’età in cui si può giocare a seconda della categoria (negli Allievi, per dire, il limite è 14 anni), o anche il tempo di gioco (che per gli Allievi quest’anno è 45 minuti a tempo, come gli adulti). È davvero importante sapere tutto ciò, anche per preparare i ragazzi al meglio. Perché, ad esempio, l’anno prossimo loro faranno la Juniores, che è praticamente il bacino di utenza della prima squadra in Promozione, ed è importante sapere quanti più aspetti pratici possibili. Per questo motivo, quando la società mi chiede di fare qualche altra cosa oltre il mio ruolo io sono sempre a disposizione. Anche perché in queste realtà piccole, se non ci si dà una mano tutti quanti è un problema. Non dico che tutti devono sapere fare tutto, perché è giusto che ognuno abbia la propria mansione, e questa in particolare è una società in cui questa divisione dei ruoli avviene, e anche per questo mi ci trovo benissimo, ma ribadisco che sono pronto a mettermi in gioco anche in altri contesti, sia per una crescita personale sia per essere di supporto alla società.
Dalle tue parole traspare il tuo vivere la società come una cosa “tua”. Cosa ti ha portato a scegliere di allenare nel Fiorano?
Sono legato alla società Fiorano da molto tempo, ancora prima di venire qui ad allenare. La stimo da sempre sia per la sua grande rilevanza sul territorio (io vino a Scandiano e lavoro a Sassuolo, e sono poche le società in zona con questa importanza sociale), sia perché ha un settore giovanile davvero all’avanguardia, con un grosso bacino d’utenza. Conoscendo poi il responsabile sportivo già da qualche anno, ho colto al volo un’opportunità che mi si è presentata e sono venuto qui ad allenare. E sono contento della scelta che ho fatto, orgogliosissimo.
All’interno della società sei notoriamente molto stimato e amato, sia come persona sia per gli importanti risultati che riesci a raggiungere. Cosa c’è dietro tutto questo successo?
Sono una persona molto metodica, studio tanto. Amo segnarmi tutto quello che ha a che fare coi miei giocatori per fare poi statistiche e prendere le mie decisioni. Ho iniziato circa otto anni fa e ogni anno miglioro le mie schede. Ho, come lo definisco io, un “carpettone”, cioè una grande cartella, che aggiorno sistematicamente ogni mattina successiva a gare e allenamenti. Arrivo addirittura un’ora prima in ufficio apposta per aggiornare tutto al computer, evidenziare le varie attività per colore, dividere in tabelle, ecc. Mi segno di tutto: le presenze, le assenze giustificate e non e per quale motivo (infortunio, malattia, studio). I ragazzi non è che mi devono portare la giustificazione, però per me avvisare è sintomo di correttezza, nei confronti miei e della squadra. E anche di questo ne tengo poi conto quando devo scegliere chi deve giocare e chi no. Segnandomi tutto, infatti, mi rendo subito conto di chi sono i furbetti. Inoltre segno, sia delle amichevoli che delle partite di campionato, chi è partito titolare o in panchina, i minuti di gioco, gli errori (miei e loro), e così via. E metto anche un voto ad ognuno, voto che tengo per me, ma che faccio comunque intuire. Questo viene un po’ dalla mia esperienza come militare (sono nella Guardia di Finanza), dove veniamo valutati in questo modo. E tutto questo mi serve poi anche quando mi tocca giustificare le mie decisioni (chi gioca e chi no, chi batte i rigori, chi va in barriera, ecc.) sia con i ragazzi stessi (che ogni volta che non sono convocati sanno sempre qual è il motivo), sia con alcuni genitori che ogni tanto vengono a lamentarsi.
Ecco, a proposito dei genitori, come ti rapporti con loro?
Rapportarsi con alcuni genitori, soprattutto in piccole realtà come questa, a volte non è facile. Sono tutti allenatori e pretendono. Quando però vai a parlarci e gli spieghi concretamente come stanno le cose spesso si ricredono. Quello che più mi dispiace è il fatto che invece di essere contenti di vedere il proprio ragazzo gioire, che si diverte, che viene a fare allenamento tre volte a settimana, per due ore ogni volta, sapere che è in un campo di calcio, sport che aggrega tanto, dove c’è tanta competizione ma anche tanto affetto, e così via, loro pensano invece al figlio che gioca poco o che non gioca. Ma, come dicevo, essendo un tipo che si scrive sempre tutto, quando è successo che qualche genitore abbia preteso delle spiegazioni su alcune mie decisioni, non ho mai avuto problemi a riceverlo e a spiegare le ragioni delle scelte.
Che tipo di allenatore ti definisci e che rapporto hai coi ragazzi?
Coi ragazzi mi piace fare gruppo, oltre che squadra. Organizzo spesso delle uscite tra di noi, delle cene, anche con i genitori, o prendo a volte da mangiare per loro dopo qualche allenamento. Credo sia davvero importante anche questo aspetto, oltre al lato tecnico, per far stare bene i ragazzi psicologicamente e farli venire ad allenarsi volentieri. Ne va sia del loro rendimento, che del loro benessere. Un altro aspetto a cui tengo particolarmente, e si è capito anche da quello che dicevo prima circa il giustificare le assenze, è che devono essere educati, perché prima di essere giocatori sono uomini. E’ fondamentale che le regole, le buone maniere, il rispetto, lo imparino a questa età. Se, ad esempio, col Fiorano ci si è impegnati ad allenarsi un certo numero di ore alla settimana, bisogna fin da subito cercare di organizzare gli impegni di quell’età (scuola, amici, famiglia, ecc.) per evitare di venir meno alla parola data. Un’ultima cosa che non tollero sono le bestemmie e in generale i litigi in campo: mi arrabbio tanto con loro in queste occasioni. Tutto ciò sono convinto li aiuterà a diventare non solo giocatori migliori, ma anche e soprattutto persone migliori nella vita.
Qual è per te il ruolo di una scuola calcio in rapporto al territorio?
La scuola calcio, inteso in modo ampio come settore giovanile, ha indubbiamente un ruolo fondamentale nello sviluppo del territorio. Tanto che a mio avviso lo Stato dovrebbe riconoscerne alle società ufficialmente il merito (invece di penalizzarle con la burocrazia, tra l’altro). Principalmente perché riescono a togliere i ragazzi non solo dalla strada, e dai relativi vizi, ma ultimamente anche dai divani di casa, dalla vita sedentaria che spesso si trovano a fare, tra cellulari e consolle di giochi. Stare in un campo di calcio, all’aperto, a correre, a fare gruppo, a divertirsi, fa indubbiamente bene, a tutto. Bisogna dare loro anche la possibilità di sognare, aspetto da non sottovalutare, sognare di diventare grandi campioni. Avverrà solo per pochi, ma mai dire mai. Tutto può succedere. E sognare li spinge comunque a confrontarsi, migliorarsi e permette indubbiamente di vivere meglio. Per chiudere auguro a tutta la grande famiglia biancorossa un Buon Natale e un 2022 ricco di soddisfazioni non solo sportive.
Silvia Resta