L’Ac Fiorano nel cuore. Breve storia di “Nanni” Frigeri

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L’intervista che riportiamo oggi esula leggermente dalle consuete proposte nell’ambito del nostro progetto. Ad accomunarla alle altre è però l’obiettivo comune di fondo: conoscere meglio l’AC Fiorano tramite alcuni dei suoi componenti. Giovanni Frigeri, per tutti “Nanni”, il protagonista di oggi, è impossibile non citarlo tra le bandiere indiscusse del club biancorosso. Prima giocatore, poi allenatore, dirigente, custode ed infine tifoso. Ma c’è di più, dopo di lui il figlio ha vestito i colori biancorossi e ora tocca alla terza generazione col nipote che gioca con i Pulcini 2012 dell’Ac Fiorano. Ecco la storia biancorossa di “Nanni” scaturita da una chiacchierata con la giornalista Silvia Resta.

Raccontaci la tua storia come calciatore e allenatore. Cosa ti ha portato a legarti alla società del Fiorano?
Sono nato a Fiorano nel 1946 e già a dieci anni ho cominciato a giocare a calcio, dapprima nel campetto della chiesa parrocchiale e poi alla San Francesco, a Sassuolo, una delle prime società della zona che tesserava i bambini nonché una tra le più ambite, che ha formato campioni come Salvatore Bagni, per tanti anni giocatore della Nazionale, e Giancarlo Corradini, che ha giocato nel Napoli di Maradona. Nell’annata 1960/61 si aprì inoltre per me la possibilità di fare un provino alla Fiorentina. Padre Sebastiano, responsabile della squadra e grande catalizzatore, ed Ernesto Tosi, l’allenatore, avevano infatti all’epoca un aggancio che si chiamava Mario Mazzoni, responsabile del settore giovanile della Fiorentina. Ci andai insieme al mio amico Giorgio Mariani, che poi sarebbe diventato un campione nazionale. Presero lui e un altro nostro amico, io invece fui rimandato a fare il provino il giorno dopo, ma non avendo la possibilità di fermarmi in albergo, tornai a casa e lasciai passare quel treno. Quella esperienza per me, come atleta, è stata comunque la più importante. Anche perché dopo, una volta cresciuto, non avevo più l’età per essere preso in considerazione dalle squadre importanti. Ho proseguito comunque a giocare a calcio, sempre nella San Francesco, partendo dagli Allievi fino ad arrivare alla Terza Categoria. Dalla Terza Categoria alla San Francesco sono arrivato poi alla Terza Categoria del Fiorano, del presidente Giovanni Tosi (padre di Ernesto, mio allenatore alla San Francesco) con la quale sono riuscito ad ottenere la promozione in Seconda Categoria. È stata una grandissima soddisfazione per me e per tutti noi, anche perché all’epoca non c’erano grandi possibilità economiche, si giocava unicamente per passione. Come giocatore ho proseguito sempre nel Fiorano, fino a che, una volta diventato più grande, ho smesso quest’attività e sono diventato allenatore. Mentre ero ancora giocatore, la società mi propose infatti di andare a fare il corso per diventare allenatore a Modena (che poi non era proprio un corso per allenatori, ma più che altro per insegnare l’educazione ai bambini: una preparazione alla vita più che al gioco). Ottenuto il cartellino d’allenatore, ho iniziato la mia attività ed ho lavorato tanto, sempre a Fiorano, e sempre con i bambini, ottenendo anche in questo campo tantissime soddisfazioni. Una volta dismessi anche i panni di allenatore, data l’età, sono comunque rimasto in società, un po’ come dirigente, un po’ come accompagnatore, e infine anche come custode: al “Sassi”, che ho fatto molto volentieri per cinque anni, e successivamente in altri campi.
Poi la palla, nel vero senso della parola, è passata ai tuoi discendenti…
Esatto. Mentre facevo l’allenatore, mio figlio Andrea, sui 14-15 anni ha iniziato a giocare nel Fiorano. Sono stato sempre molto esigente con lui, più che altro perché avevo paura che fosse considerato raccomandato e che giocasse solo perché io ero l’allenatore. Ha avuto anche lui una bella carriera qui a Fiorano. E poi adesso che sono diventato nonno, in società c’è mio nipote Valerio, che attualmente ha dieci anni, e anche lui ha iniziato a giocare nel Fiorano. Mi dedico molto a lui: gli insegno i fondamentali del calcio, che anche se sono anziano non ho mai dimenticato, e lo accompagno sempre e ovunque, alle partite e agli allenamenti, non ne perdo una! Anche perché mi è sempre piaciuto, e mi piace ancora tanto, stare in mezzo ai giovani, ai bambini. Oltre a questo, quando la società mi chiede qualcosa, di qualsiasi tipo, sono sempre a disposizione. Anche perché il calcio è da sempre la mia passione e quella della mia famiglia. Anche mio fratello, Romano, è stato un grande calciatore: ha giocato nella Triestina, come difensore, passando direttamente dai campionati dilettantistici alla Serie B e giocando per cinque anni sempre da titolare, e poi alla Sambenedettese, in Serie C, dove anche lì ha giocato per anni da professionista.
Dopo una vita in questa società, sicuramente i bei ricordi che ti legano alla società sono innumerevoli. Qual è quello che ti è rimasto maggiormente nel cuore?
Quando giocavamo qui a Fiorano, non c’erano le lavagne. Allora il nostro allenatore, Montecchi, ha cominciato ad elencare a mente chi avrebbe giocato: “Dunque il portiere, tre terzini, tre mediani, due mezze ali e tre punte”. Tutti si erano accorti ci fosse qualcosa di strano, ma nessuno parlava. Alla fine io, che ero un po’ burlone ho detto: “Montecchi, ma siamo in dodici!”. E lui è rimasto di sasso. È stato un momento molto divertente, nello spogliatoio tutti abbiamo iniziato a ridere come matti e ancora oggi se ci ripenso mi viene da ridere ricordando la sua faccia stupita quando gliel’ho detto!
Silvia Resta
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